Grande e media impresa a confronto con la disruptive innovation
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Come può la grande e media impresa concentrarsi sulla Disruptive Innovation?

Nel mondo attuale occidentale industrializzato, la grande e media impresa ha sempre più difficoltà a concentrarsi sulla disruptive innovation.

L’esempio classico, in questo momento, è quello dei 4000 farmaci che sono in clinical trials presso il FD americano (ndr Food and Drug Administration). Meno del 19% sono nati nei laboratori delle grandi aziende, più dell’80% è nato nel sistema delle startup e dell’università, dove, ovviamente, a un certo punto la gestione dell’innovazione deve passare alla grande azienda. Solamente la grande azienda riesce a rendere commercializzabile il farmaco e farlo diventare fruibile dai malati.

Questo è il cambiamento epocale a cui stiamo assistendo, è un fenomeno iniziato da poco, esaltato dalla pandemia che cambierà radicalmente le regole del gioco.

Tutti i nuovi vaccini sono nati in campo startup. L’unica progettazione di un vaccino innovativo fatta dalla prima oseconda azienda farmaceutica al mondo è fallito, ne è fallita la progettualità temporale; mentre un gruppo di startup tedesche, lo spin-off del gruppo di Oxford, la start-up americana Moderna e la startup italiana Takis Biotech che presso il Tecnopolo di Castel Romano, hanno dimostrato è possibile fare in pochi mesi quello che gli altri ci metterebbero anni.

Ma, proprio a questo punto, entra in gioco la grande impresa, che diventa essenziale perché ha la capacità di coordinare e gestire gli aspetti regolatori e, soprattutto, quelli legati alla produzione e alla distribuzione. BioNTech, nonostante l’iper finanziamento tedesco, non sarebbe stata capace da sola di impiantare le fabbriche in Belgio. Così ha fatto la Pfizer in Michigan e AstraZeneca con l’investimento nello sviluppo tecnologico delle Università di Oxford.

Questo è il modello del futuro: la capacità di fare disruptive innovation, basata sulla possibilità di sfruttare le innovazioni fisico, chimiche e biologiche, che sono tipicamente il prodotto di piccoli gruppi, estremamente focalizzati, che nascono dalla ricerca di base del sistema universitario.

Abbiamo come riferimento ed esempio un’esperienza tutta italiana che ci mostra come in due secoli, circa 100 botteghe artigiane hanno creato il 20-25% dell’intera eredità culturale in pittura e scultura del mondo occidentale. Il modello che funzionava era semplice: un gruppo di giovani coesi intorno a un leader come Cimabue e Giotto.

Come innescare il meccanismo di technological transfer e fare sistema

Fondazione R&I ritiene che, oggi, questa sia una grande opportunità per il paese. Dobbiamo riuscire a innescare il meccanismo del technological transfer che è il modus operandi ideale, che vediamo nell’area di Boston, dove c’è un fiorire di grandi imprese, di grandi centri di applicazione, di grandi ospedali, di grandi università e allo stesso tempo di start up che insieme costituiscono un sistema.

Soprattutto al Sud, che ha sicuramente una capacità importante di elaborare innovazione pur in assenza di grandi imprese che la trasformino in maniera continuativa in qualcosa che diventi fruibile. L’obiettivo attuale è di ripensare il concetto dei distretti industriali nati in Italia negli anni ’60 intorno alle grandi imprese con tutte le piccole medie aziende che erano come gemmazione.

Oggi il meccanismo va cambiato: il distretto diviene tecnologico e deve nascere intorno al sistema della ricerca che gemma competenze che generano innovazione, in un processo che va improntato con una presenza importante del sistema pubblico.

Si prenda a riferimento la Francia dove la finanza pubblica ha giocato un ruolo determinante, creando un terreno fertile per lo sviluppo di startup con conseguenze che hanno ricadute in campo industriale.

Il processo di technological transfer parte dall’idea di avere uno sviluppo fortemente supportato da investimenti ad hoc, anche di natura pubblica, intorno al meccanismo delle università. Si deve supportare una ricerca che non ricade in accademia, dove l’obiettivo del professore sia sviluppare idee e proteggerne i contenuti tramite brevettazione, andando oltre all’attività di pubblicazione.

Ne consegue che le idee devono essere protette tramite un supporto pubblico e, soprattutto, con finanza privatadedicata. Così le idee possono svilupparsi e diventare appetibili per le aziende industriali, che al momento giusto si troveranno un bacino di proposte tra cui scegliere per trasformare la disruptive innovation in prodotti commercialidestinati all’utente finale.

FR&I ha investito molto, in questi ultimi due anni, su questo modello, coinvolgendo le otto università campane e pugliesi (62 dipartimenti universitari), nel modello CiTec, che è stato sperimentato con successo e che ha permesso di estrarre un centinaio di proposte concrete dal mondo della ricerca universitaria. Le proposte sono state selezionate da un gruppo ampio di professionisti, che hanno condiviso lo stesso metodo di selezione ideato da Fondazione R&I: una piattaforma software e logica che permette a persone con esperienza diversa di valutare in maniera oggettiva con gli stessi parametri.

Una parte di questo deal flow era attinente uno specifico bando di valorizzazione emanato dal MiSE e già su questo si è identificato un primo sottogruppo di 12 progetti che stanno passando ad una fase successiva, durante la quale, i ricercatori, supportati da FR&I e Citec, realizzeranno il Proof of Concept che è poi la base per far nascere la startup.

L’idea va, quindi, brevettata, supportata e portata a Proof of Concept, accompagnata a diventare startup, sviluppando il piano innovativo per arrivare al confronto con la grande impresa che può essere essenziale nel processo che trasforma la disruptive innovation in prodotto fruibile.

L’alleanza con le grandi imprese permette di dare uno sbocco alle opportunità che nascono dal sistema della ricerca universitaria opportunamente stimolato. Si innesca un processo che arresta la fuga dei cervelli dal Sud verso le Università del Nord e verso quelle estere dove è risaputo che i ricercatori che si fanno meglio notare sono quelli di provenienza meridionale.

Questa è la partita più grossa che andrebbe giocata con un’operazione concentrata tra grande e media impresa, con il sistema pubblico, quale gestore dell’università, e attraverso iniziative pubblico-private, proprio come è Fondazione R&I, che ha in sé tutti gli strumenti per affrontare le nuove sfide. Il prossimo passo di FR&I sarà, infatti, quello di moltiplicare l’esperienza fatta intorno alle otto università campagne e pugliesi e costruire uno strumento societario indipendente che possa accompagnare lo sviluppo delle startup.

Perché l’aiuto alle startup non finisce nel momento in cui esse si formano, ma deve essere bilanciato con azioni di supporto finanziario, interventi sui temi manageriali, sul business development e sui temi della protezione degli aspetti brevettuali.

La battaglia centrale è mettere insieme le risorse che facciano leva sul potenziale di costruzione di know how innovativo nel Sud, che è molto alto, in certi aspetti è più alto che in molte zone del Nord. Fondazione R&I e CiTec si impegnano sul campo per dare i mezzi ai giovani ricercatori per sviluppare le idee, senza andare a cercare in California o nel Nord Europa il supporto che manca in patria, per far si che chi fa distruptive innovation in Basilicata Puglia o Campania, possa, magari un domani, con il nostro aiuto, diventare azienda ed essere il protagonista del recupero del Mezzogiorno.

Intervento di Fabrizio Landi, Vice Presidente Consiglio di Gestione Fondazione R&I, a NUOVO SVILUPPO AL SUD – La leva dell’imprenditorialità tecnologica sul tema “Una rinascita con l’economia della conoscenza”. Evento di Intesa San Paolo.

Puoi riascoltare in versione integrale gli interventi al seguente link

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