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L’innovazione nel Mezzogiorno

Più innovazione solo così il Sud inizia a crescere.  

Riccardo Varaldo su Il Mattino del 2 aprile 2019

Il male profondo del Mezzogiorno è l’incapacità di creare in modo strutturale occupazione vera e qualificata per poter offrire opportunità di lavoro, di crescita professionale e di mobilità sociale ai giovani forniti di laurea.

Riccardo Varaldo, presidente del Consiglio di Gestione di FR&I, Rettore e Presidente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, analizza lo scenario del Mezzogiorno e la cronica debolezza strutturale che deve essere oggi lo stimolo per una politica industriale capace di fornire un nuovo, decisivo, impulso allo sviluppo, in una prospettiva di cambiamento.

La sfida è essenzialmente quella di dimostrare che, anche nel Mezzogiorno, si può operare in modo coeso, con idee chiare ed obiettivi ben definiti, nel far crescere a piccoli passi, ma in modo continuativo, determinati, selezionati poli industriali tecnologici territoriali, centrati sul potenziale innovativo e sulle capacità attrattive di investimenti di alcune grandi città, ad iniziare da Napoli, puntando su attori affidabili, da mettere in squadra e far interagire, con un piglio imprenditoriale.

Per affrontare con successo una rivoluzione impegnativa qual’è quella dell’Industria 4.0, trainata da una nuova ondata tecnologica molto pervasiva, devono entrare in campo gli attori che servono. Sono innanzitutto le grandi imprese che devono trovare localmente condizioni di «business environment» evolute e molto ricettive, con una Università in grado di porsi, nelle sue punte di eccellenza, come una sorta di «fabbrica delle conoscenze e delle competenze».

L’obiettivo è fare del Mezzogiorno un’area privilegiata per sperimentare la praticabilità di politiche di open innovation, da parte delle grandi imprese tech-based e delle PMI operanti nelle connesse catene di fornitura.

Il Mezzogiorno può evitare di imitare le altre aree del Paese, ed in specie il Nord-Ovest, in quella rincorsa estemporanea alle startup, attivata da molti protagonismi locali autoreferenziali, tra di loro isolati e in competizione, che sta producendo un evidente dispendio di risorse pubbliche e private. La coerenza e l’efficienza di un ecosistema dell’innovazione, in grado di avere successo nel promuovere e sostenere effettivamente la nascita e lo sviluppo di un tessuto vitale di nuove piccole imprese knowledge-driven, dipendono invece dalla capacità di dialogare e fare squadra tra i diversi soggetti pubblici e privati che ne fanno parte.

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